• Terre rare: potere industriale e tensioni globali

    martedì 3 febbraio 2026

    Le terre rare sono decisive per la transizione energetica e per la difesa: servono per turbine eoliche, veicoli elettrici e reti, ma sono anche componenti chiave di armi, sensori e sistemi avanzati. La domanda è soprattutto civile, legata alla decarbonizzazione, ma l’intera filiera è considerata una questione di sicurezza nazionale dai Paesi coinvolti.

    Nel 2024 la Cina ha fornito la maggior parte delle terre rare a livello mondiale: circa 270.000 tonnellate su un totale di circa 390.000, cioè circa il 69%. Gli Stati Uniti e le economie avanzate dipendono fortemente dalle importazioni, evidenziando una vulnerabilità strutturale delle catene industriali.

    La Cina controlla anche la fase di lavorazione: si stima che gestisca circa il 91% della capacità globale di separazione e raffinazione, soprattutto per i magneti permanenti. La concentrazione è maggiore nelle fasi di lavorazione che in quelle di estrazione, formando il principale collo di bottiglia geopolitico.

    La domanda è dominata dal civile: oltre il 75% è destinato a settori energetici e industriali, con i magneti che rappresentano circa un terzo del consumo. La domanda militare è relativamente piccola in volumi (3–5%), ma riguarda applicazioni ad alto valore strategico; una quota modesta può avere un impatto molto significativo.

    La Cina non chiude i flussi, ma applica controlli selettivi su esportazioni, licenze e tecnologie, mirando a mantenere leva politica sulle applicazioni sensibili. Questo permette di evitare uno shock globale pur conservando potere negoziale sulle filiere internazionali.

    Gli Stati Uniti cercano di ridurre la dipendenza militare: investono per ricostruire una filiera nazionale o allineata, puntando a garantire la difesa con produzione domestica o alleata. Per la componente energetica è prevista una maggiore integrazione nei mercati globali, ma la difesa resta prioritaria. Tempi stimati per l’autonomia: almeno 3–5 anni, se non più, e non realistico pensare a forniture extra-Cina in breve periodo.

    Le terre rare non sono rare di natura geologica, ma difficili da estrarre e separare. Abundanti nella crosta, richiedono giacimenti ad alta concentrazione e impianti industriali complessi, costosi e soggetti a rigidi standard ambientali. L’aumento di sicurezza e controllo ambientale allunga tempi e costi, soprattutto nei Paesi sviluppati, dove l’autorizzazione è lenta e complessa.

    La Groenlandia è vista come leva a lungo termine: ha riserve significative, ma condizioni estreme, infrastrutture limitate e costi elevati rallentano progetti concreti. Rimane quindi più una leva geopolitica che una soluzione immediata per le forniture globali.

    L’Europa vive una situazione delicata: obiettivi climatici ambiziosi, ma forte dipendenza dall’estero per le terre rare. Il Regolamento sulle materie prime critiche riconosce la vulnerabilità, ma costruire una filiera interna richiede tempi lunghi, investimenti significativi e consenso politico. Nel breve periodo l’Europa resta esposta al controllo cinese, pur mantenendo margini di manovra limitati e la possibilità di allentare la pressione tramite alleanze e sviluppo domestico. Finché la Cina manterrà questa leva, le terre rare resteranno un nodo centrale della competizione globale per decenni.