• Il paradosso italiano tra spese dannose e redditi ETS non impiegati

    martedì 17 marzo 2026

    La spesa per sussidi ambientalmente dannosi (Sad) in Italia resta alta: nel 2024 arriva a 48,3 miliardi di euro, destinati a 76 voci legate a fossili. Rispetto al 2023 è aumentata anche se si escludono i sussidi legati all’emergenza bollette. Dal 2011, quando è iniziato il monitoraggio, la somma totale ha raggiunto almeno 436 miliardi. Legambiente denuncia che i Sad non sono integralmente catalogati dal Mase, ostacolando quantificazione e rimodulazione.

    Il catalogo presenta quattro problemi principali: 18 voci non quantificate; 14 assenti (incluse royalties, prestiti pubblici, fondi per autotrasporto e allevamento); 11 voci non corrispondenti ai documenti della Ragioneria; 18 voci di ‘sussidi ambientalmente incerti’ (Sai) per 26,4 miliardi che sostengono sia attività dannose sia innovazione, senza trasformazione in favorevoli.

    Legambiente stima che 23,1 miliardi di Sad potrebbero essere eliminati e 25,2 miliardi rimodulati entro il 2030, liberando risorse per transizione energetica, welfare, sanità e innovazione.

    I Sad nel settore energetico restano la voce principale: 14,2 miliardi di euro nel 2024, su 28 voci. Tra le voci chiave: IVA agevolata (3,6 mld), quote gratuite ETS (2,9 mld) e prestiti pubblici/garanzie a Sace/CDP per impianti fossili (2,0 mld).

    Altri settori rilevanti: edilizia 9 mld, trasporti 8,7 mld, agricoltura/pesca 1,11 mld. Per ridurre i Sad, Legambiente propone: eliminare i servizi alle trivellazioni, rimuovere prestiti e garanzie pubbliche nel gas e rimodulare i contributi agli impianti fossili (passando da 1,02 mld nel 2023 a 1,18 mld nel 2024).

    Riguardo i proventi ETS (circa 18 mld tra 2012-2024), solo 1,6 mld sono stati spesi, circa il 9%. Parte è stata impiegata tra 2021 e 2022 per contenere bollette, ma non si riesce a tracciare la spesa. La Direttiva ETS consente fino al 25% per compensare costi indiretti delle imprese energivore, ma l’Italia ne ha usato in media solo il 5,6%, rispetto a Germania (26%) e Francia (38%). Spagna e Germania hanno adottato misure per ridurre i costi energetici, finanziate anche dal Fondo Clima tedesco. In Italia invece metà dei proventi finisce nel fondo di ammortamento dei titoli di Stato, limitando l’efficacia delle misure.