• Hormuz: energia, chimica e cibo in un’unica rete

    venerdì 27 marzo 2026

    La crisi nello Stretto di Hormuz non è solo energetica: è una connessione tra energia, chimica e agricoltura. Le tensioni in quella rotta influenzano non solo petrolio e gas, ma l’intera filiera che permette la produzione di cibo.

    Ammoniaca e urea: pilastri globali. Si producono circa 240 milioni di tonnellate di ammoniaca all’anno, oltre l’80% per l’agricoltura. L’urea è la fertilizzazione azotata dominante; produzione e commercio sono concentrate in poche aree, con il Golfo Persico al centro. Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati esportano quasi metà dell’urea e circa il 30% dell’ammoniaca mondiale.

    Hormuz come choke point. Circa un terzo del commercio fertilizzanti via mare passa nello Stretto, circa 16 milioni di tonnellate; fino al 30% dell’export globale dipende da questa rotta. Per l’urea, fino al 46% dei flussi globali è legato al Golfo. Il costo dell’energia diventa la componente principale del prezzo dei fertilizzanti.

    Prezzi e traffico. Le tensioni hanno fatto salire l’urea del 30-40% (picchi fino al 47%), a circa 684 $/t. In USA i prezzi salgono da circa 350 a oltre 600 $/t in mesi; il traffico marittimo nella regione è drasticamente diminuito, riducendo la disponibilità.

    Il Golfo, hub della chimica agricola. Oltre all’azoto, la regione fornisce circa il 44% dello zolfo esportato e il 20% dei fertilizzanti fosfatici mondiali. Una perturbazione qui tocca i nutrienti agricoli nel loro insieme.

    L’Iran nel sistema. L’Iran è tra i principali esportatori di urea (circa 5 milioni di t/anno, ~10% del commercio globale) e dipende dal gas. South Pars alimenta energia e ammoniaca; instabilità qui amplifica la filiera.

    Agricoltura sotto pressione. L’azoto è cruciale: fertilizzazione adeguata può aumentare le rese. Se i costi salgono o l’offerta cala, gli agricoltori riducono dosi, cambiano colture e input. Negli USA si passa dal mais alla soia; nei paesi sviluppati i prezzi salgono, nei paesi meno sviluppati si riducono rese e disponibilità di cibo.

    Una filiera fragile e vie d’uscita. Il sistema è efficiente ma poco resiliente: dipendenza dal gas, concentrazione geografica e filiere centralizzate. Per ridurre la vulnerabilità si punta a fertilizzanti prodotti da idrogeno verde, CO2 non fossile, nutrienti circolari e maggiore efficienza dell’azoto. L’Italia può giocare un ruolo nel Mezzogiorno con rinnovabili e chimica verde. In definitiva, energia, chimica e agricoltura costituiscono un unico sistema; ripensare i fertilizzanti rafforza sostenibilità e sicurezza alimentare globale.