• Europa pulita: capacità e rischi mirati

    giovedì 11 giugno 2026

    Un rapporto di Ember intitolato A clean break mostra che l’industria delle tecnologie pulite europee è più robusta e industrializzata di quanto si creda. Le vulnerabilità esistono, ma vanno lette per tecnologia, fase della filiera e tipo di rischio; non tutte hanno lo stesso peso né annullano la capacità produttiva europea.

    L’Europa importa l’85% dei combustibili fossili consumati, con costi che tra il 2021 e il 2024 hanno raggiunto circa 1,8 trilioni di euro. Nei primi 60 giorni della crisi geopolitica successive al conflitto USA-Israele-Iran, i rincari hanno aggiunto circa 18,5 miliardi di euro alla bolletta.

    Ember invita a distinguere tra vulnerabilità diverse: la dipendenza non è uniforme e non è sempre grave. Le fragilità esistono, ma non significano che l’Europa sia destinata a restare senza tecnologie pulite.

    Capacità produttiva europee: l’UE può assemblare 4,6 milioni di auto elettriche all’anno, contro una domanda di circa 2,5 milioni. Per l’eolico è possibile produrre 30 GW di pale, 36 GW di navicelle e 42 GW di torri; nel 2025 l’installato eolico europeo era molto meno, ma la base esistente mostra margini di crescita. Le pompe di calore possono arrivare a 7,5 milioni di unità all’anno, ben oltre la domanda prevista.

    L’UE esporta già: circa 3 miliardi di euro di turbine eoliche e 29 miliardi di euro di auto elettriche. La differenza tra percezione e dati deriva dalla complessità delle filiere: per l’eolico l’UE può soddisfare i grandi componenti, anche se importa alcune sottocomponenti; per le pompe di calore molte parti sono prodotte fuera, ma l’assemblaggio avviene in Europa, con circa 270 produttori lungo la filiera.

    Le debolezze su batterie e fotovoltaico sono chiare. Le celle EV hanno una capacità annua di 232 GWh, sufficiente al 93% della domanda, ma a monte la quota di catodi è solo il 14% e degli anodi l’1%; il litio raffinato è interamente importato. Nel fotovoltaico, l’Unione ha capacità limitate in polisilicio, celle e moduli rispetto al fabbisogno 2025.

    Anche gli inverter rappresentano una vulnerabilità: nel 2024 l’80% degli inverter installati nell’UE era prodotto all’estero, ma l’Europa ha una capacità interna stimata di circa 82 GW, superiore alla nuova potenza FV installata l’anno precedente.

    La logica proposta da Ember è selettiva, non protezionistica: usare importazioni dove riducono costi e accelerano la transizione, ma rafforzare produzione e controllo europeo dove la vulnerabilità è alta, tramite appalti mirati, criteri Made in Europe per i sistemi critici, riciclo e standard software più severi.

    L’analisi ricorda che la vera fragilità resta la dipendenza dai combustibili fossili. Le tecnologie pulite spostano il rischio su industria, componenti e materiali, ma restano gestibili con politiche mirate, investimenti in riciclo e capacità interne.

    Gli occupati nelle tecnologie pulite in Europa sono circa 1,8 milioni e potrebbero salire a 2,3 milioni entro il 2030: eolico, pompe di calore, fotovoltaico e batterie assorbono la maggior parte dei posti. Venti Stati membri ospitano almeno un sito produttivo; l’Italia è indicata come punto di riferimento per i produttori di pompe di calore.

    Infine, Ember propone una politica industriale basata su strumenti mirati: criteri locali negli appalti, Made in Europe per i sistemi critici, maggiore riciclo, capacità intermedie in magneti, semiconduttori e raffinazione del litio, Partnerships sui materiali critici e scorte strategiche di componenti di rete.

    Conclusione: l’Europa non parte da zero e non è destinata a importare tutte le tecnologie. La sfida è governare le vulnerabilità più sensibili, ottimizzando importazioni e produzione interna per una sicurezza energetica più stabile e una transizione più rapida.