• Carbone e proroga al 2038: costi nascosti e dubbi di efficacia

    mercoledì 8 aprile 2026

    Il Dl Bollette 2026, modificato dal Parlamento, permette di rinviare l’uscita dal carbone al 2038. Le centrali resterebbero disponibili oltre il 2025. Ma dati e analisi mostrano un impatto limitato sul sistema elettrico e nessun effetto sui prezzi. Inoltre comporta costi aggiuntivi per i consumatori e può danneggiare la credibilità internazionale dell’Italia.

    In Italia restano 4 centrali a carbone per circa 4,7 GW: due in Sardegna (Sulcis e Fiume Santo) e due sul continente (Brindisi e Civitavecchia). Le due in Sardegna restano essenziali fino al 31 dicembre 2028 con reintegro dei costi. Brindisi e Civitavecchia sono quasi ferme da tempo; nel 2025 non hanno prodotto energia, e nel 2024 hanno generato pochissimo.

    La ragione principale è economica. Il differenziale di costo tra carbone e gas nei periodi 2024-2025 è tra 20 e 40 €/MWh a sfavore del carbone, anche per le quote ETS. Gli impianti non sono operabili senza perdite, per cui gli operatori li usano poco o mai. L’idea che il carbone possa tornare conveniente dipende dall’aumento dei prezzi del gas oltre una soglia; oggi il gas in Europa è tra 45 e 55 €/MWh, con picchi oltre 60 €/MWh, e non raggiunge i livelli record del 2022.

    I costi sostenuti per tenere in funzione i centrali sono elevati: tra luglio 2024 e luglio 2025 circa 78,3 milioni di euro, di cui 29,9 per Brindisi e 48,4 per Civitavecchia, senza produzione rilevante. La Commissione europea ha dubbi sulla compatibilità con gli aiuti di Stato. Dal 1° gennaio 2026 Brindisi e Civitavecchia non possono bruciare carbone senza nuove autorizzazioni ambientali.

    Le centrali continentali non operano per motivi di mercato; restano attive per sicurezza, in attesa del Tyrrhenian Link e di nuove infrastrutture. L’obiettivo di uscire dal carbone entro il 2025 era previsto dalla Strategia energetica nazionale e confermato dal Pniec 2019 e dall’aggiornamento 2024. In Sardegna la chiusura è prevista per il 2028, in funzione delle infrastrutture.

    Secondo Ecco Climate, la proroga è poco utile e onerosa. Il phase-out è quasi completo: centrali ferme, fuori dal mercato. Mantenere la disponibilità fino al 2038 non migliora i prezzi ma aumenta i costi. A livello internazionale indebolisce la credibilità dell’Italia, scoraggia investimenti e contraddice gli impegni COP26 e G7 2024, con rischi legali e diplomatici.